Colombia: viaggio alla ricerca del cacao

Colombia: viaggio alla ricerca del cacao

Migliaia di kilometri per toccare con mano le cabosse di criollo e le ciliegie di caffè arabica. Immergersi tra i profumi e i colori di due tra i più aromatici e importanti ingredienti del gelato…

Dal 14 al 25 novembre ho affrontato un viaggio didattico tra le piantagioni di cacao e caffè della Colombia, insieme ad alcuni colleghi gelatieri, per scoprire l’origine di materie prime, tra le più importanti per la gelateria e conoscere meglio i loro processi di lavorazione nel paese d’origine. Abbiamo incontrato i massimi esperti della ricerca sul cacao, da Elizabeth Agudelo a Manlio Larotonda, accompagnati nel viaggio da Andrea Mecozzi.

Un bagaglio di conoscenze utili per valorizzare i prodotti di alta qualità provenienti da questo paese, per la stimolare la creazione di idee e giungere a nuovi gusti di gelato sorprendenti.

Un viaggio anche di scambio che è culminato con un corso di alta formazione per i gelatieri autoctoni, tenuto insieme a Gianfrancesco Cutelli e Rosario Leone D’Angelo. La mia parte di analisi sensoriale del gelato si è svolta davanti ad una platea di 40 gelatieri, cuochi e pasticceri che operano in Colombia, ai quali abbiamo fatto provare due tipi di analisi, una descrittiva e una dinamica, durante gli assaggi di ottimi sorbetti di gelato alla massa di cacao realizzati da Rosario Leone D’Angelo.

Siamo inoltre stati ospiti e protagonisti della Settimana “Della Cucina Italiana Nel Mondo” con una cena a base di gelato gastronomico di altissimo livello, organizzata per l’Ambasciata Italiana a Bogotà, durante la quale gli ospiti hanno potuto gustare e intravvedere le nuove frontiere del gelato contemporaneo.

La prima tappa di questo viaggio è stata nella città di Bogotà, presso il Cafè Cultor dove abbiamo assistito a  diversi sistemi di estrazione del caffè e assaggiato le loro produzioni locali. All’interno di questa caffetteria innovativa c’è anche il tostino e si può assistere alle fasi di tostatura del caffè da un grazioso giardino interno. Qui il caffé viene tostato molto più che da noi in Italia ed è considerato una bevanda da meditazione, infatti è diffuso prevalentemente con sistemi di estrazione diversi rispetto all’espresso.

Spostandoci nella regione dell’Huila, abbiamo visitato il centro di fermentazione del cacao di Campoalegre gestito da Angel Cajica. Qui il cacao appena raccolto ed estratto dalle cabosse, viene messo a fermentare nella sua mucillagine in una struttura appositamente adibita e coperta da foglie di banano. Dopo la fermentazione i semi vengono disposti su ampi ripiani a forma di cassettiera per l’essiccazione al sole. Questo sistema è molto pratico perchè permette di coprire le fave di cacao dalla pioggia (frequente in questa stagione) in pochi secondi con facilità. Di tanto in tanto gli operai rigirano le fave in modo da farle asciugare bene, prima del loro confezionamento in sacchi di iuta per il trasporto.

Una importante tappa è sta quella le laboratorio SENA, sede del germoplasma del cacao di tutta la Colombia. 

Il SENA è un centro di formazione con laboratorio di analisi annesso, la responsabile di laboratorio Kathryn Cefa, ci ha spiegato che in questa struttura si formano i coltivatori del cacao per ottenere i migliori risultati sotto il profilo botanico e quindi anche aromatico e qualitativo. All’interno della struttura si sono messi anche a produrre artigianalmente cioccolato. Non dimentichiamo infatti che i paesi produttori di cacao spesso non producono o consumano il cioccolato, ma lo esportano nei paesi occidentali che poi lo lavorano e poi lo redistribuiscono in tutto il mondo… Nel giardino di questa struttura didattica sono presenti tutte le tipologie di cacao della zona e sono conservati i semi di tutte le varietà presenti in Colombia. Fare una passeggiata in mezzo agli alberi di cacao è stato veramente emozionante. Ci sono alberi che hanno più di 40 anni e da pianta a pianta c’è una grande varietà di forma e colore dei frutti (le cabosse).

Sempre nella regione dell’Huila abbiamo visitato il Centro de Acopio di Asogigante, nella città di Gigante. Un altro centro di fermentazione del cacao. Qui siamo stati accolti dall’Alcalde in persona con una sua delegazione che ci ha illustrato la storia della città e ci ha portati a gustare la tipica cucina colombiana a base di “cerdo” a ritmo di samba…

Il frutto del cacao è una cabossa (sembra vagamente un melone allungato) al cui interno c’è una mucillagine bianca e dolce che circonda una ventina di semi (le fave di cacao), che da freschi hanno un colore violaceo o biancastro (quelli più chiari sono di migliore qualità).

Poi è stata la volta di una piantagione di caffé, o una “mesa” come si dice nella lingua locale. Il cafetero Carlos Arturo ci ha portati tra le sue piante di caffè sotto una pioggia battente, ma calda, descrivendoci tutte le caratteriestiche di queste piante di robusta. La ciliegia che racchiude i chicchi di caffé è una bacca dolce e saporita di colore rosso quando è matura e viene raccolta rigorosamente a mano.

Elizabeth Agudelo

Tra le persone più interessanti che ho incontrato in questo viaggio c'è sicuramente Elizabeth Agudelo, cacaotera di terza generazione e Manlio Larotonda, selezionatore piemontese da 6 anni in Colombia. Elizabeth è di origini venezuelane ed ha vissuto in modo diretto i disagi della guerriglia colombiana nella zona dell'Arauca, dove sia il papà che il nonno prima di lui, coltivavano il cacao. Questa zona è stata infatti fortemente interessata dal conflitto armato subendo l’occupazione militare di entrambi i gruppi di guerriglieri delle FARC e di ELN. A causa di questa pericolosa situazione, Elizabeth ha dovuto restare in esilio per circa 25 anni. Ma ha messo a frutto questo periodo studiando intensamente la sua materia. Tornata ad Arauquita, nel 2011 ha ripreso il lavoro nelle terre del padre ristrutturando la sua azienda in modo innovativo per produrre cacao di altissima qualità. In netta controtendenza rispetto alle nozioni della scuola nazionale di coltivazione di cacao, che punta tutto sulla produttività piuttosto che sulla qualità, Elizabeth ha utilizzato le sue profonde conoscenze sul cacao: genetica, agronomia, fermentazione, essiccazione e trasformazione in cioccolato, per migliorarne la qualità. Da ricercatrice attenta, ha studiato gli antichi alberi di cacao della regione per scegliere e riprodurre i più interessanti, salvando la biodiversità agricola della zona. In più da anni coinvolge le generazioni più giovani alle quali trasmette la sua profonda conoscenza del cacao a tutti i livelli della catena di valore, e la sua Villa Gabi ha le porte aperte per gli agricoltori di Arauca per insegnare a chiunque ne abbia voglia questo suo modello alternativo di produzione.

In conclusione si può dire che un viaggio del genere può solo che arricchire chi lo intraprende e aiutare a prendere consapevolezza di quanto sia importante conoscere bene le materie prime e le loro origini, per dare valore al proprio lavoro. Il gelatiere non è solo un tecnico o un’operatore che gela miscele: è un ricercatore e un selezionatore che mette il proprio gusto, la propria professionalità e la propria passione nella realizzazione di qualcosa di unico, dall’apparenza effimera ma dal coinvolgimento emotivo straordinario per il proprio cliente.

RL

Un ringraziamento per alcune foto a Ge.Co e a Davide Frainetti.

Intervista a Gianfrancesco Cutelli

Intervista a Gianfrancesco Cutelli

Il Cardinale del gelato e della granita. Siciliano di origine e Pisano di parlata, nonostante la sua imponenza e lo sguardo penetrante è un “buono”. Come i suoi gelati.

RL: Sintetizzando molto, il tuo percorso professionale ti ha portato dal vino al gelato: da un punto di vista sensoriale, nell’analisi di un gelato, ti è stato utile imparare a degustare i vini?

GFC: E’ stato utile perché si impara ad assaggiare con attenzione, cosa che spesso tralasciamo di fare con il gelato. Le differenze ci sono, soprattutto per quanto riguarda la componente olfattiva, il freddo penalizza molto la percezione degli odori, limitandola quasi esclusivamente alla componente retro olfattiva.

Altra differenza che mi viene in mente riguarda l’evoluzione di odori e sapori con l’affinamento, lo scorrere del tempo è un elemento fondamentale nel gusto di un vino, mentre non giova particolarmente al gelato, se escludiamo le ore necessarie alla maturazione di una miscela o a rendere più significativa un infusione a freddo. Altri aspetti come la struttura, la tessitura e la cremosità, sono prerogative del gelato.

Il modo in cui porsi nella valutazione sensoriale di un prodotto invece è molto simile.

RL: Quali parallelismi ci sono tra questo mondo e quello del gelato? Quali sono le cose che si possono applicare e le differenze inconciliabili (se ci sono)?

GFC: In realtà le differenze sono molte ma in entrambi i casi, assaggiare con attenzione, concentrandosi su quello che abbiamo nel bicchiere o nella coppetta escludendo un poco quanto ci circonda, ci da la possibilità di apprezzare maggiormente quello che stiamo degustando, (sempre che ne valga la pena).

RL: Visto che sei un degustatore “seriale” di gelati, in quanto assaggi sempre nel tuo peregrinare le preparazioni dei tuoi colleghi, cosa ti senti di poter dire per consigliare chi volesse “degustare” il gelato con cognizione di causa?

GFC: Di non lasciarsi condizionare dai parametri di riferimento o dalle aspettative. Di cercare di approcciarsi alla degustazione con mente aperta e non condizionata dal gusto personale cercando di percepire la rispondenza al gusto che il gelato dovrebbe avere.

RL: Le tue origini siciliane hanno influenzato l’approccio verso ciò che dovrebbe essere la granita. Da un punto di vista tecnico cosa valuti quando ti poni all’assaggio di una granita? Ci sono alcuni parametri a cui dai maggiore importanza rispetto ad altri?

GFC: La prima cosa che valuto è l’aspetto puramente edonistico, mi deve far stare bene. In seconda battuta la struttura, la texture, la consistenza. Deve avere un cristallo fine, deve essere “soffice” al palato ma senza avere overrun o avendone pochissimo.  Poi l’equilibrio del gusto ed infine la dolcezza percepita. Gli ingredienti di una granita sono normalmente quasi gli stessi utilizzati per fare un sorbetto, (ad eccezione di neutri o addensanti), ma combinati con un diverso equilibrio per creare un fiocco di neve magico.

RL: Tu proponi nelle tue gelaterie a Pisa e Lucca la granita “siciliana”, il pubblico come reagisce a questo prodotto proposto al di fuori del suo contesto?

GFC: In realtà molto bene, soprattutto a Pisa, grazie anche ad una significativa presenza di studenti siciliani, la granita è conosciuta ed apprezzata. Sempre più persone si rendono conto che tra una granita artigianale ed il prodotto coloratissimo che normalmente viene estratto da un granitore da banco vi è una differenza abissale. La texture di una granita in stile messinese, fatta con frutta fresca, ha poco o nulla a che vedere con le scaglie dozzinali di ghiaccio e gli sciroppi colorati. Specialmente d’estate, da me, il consumo di granita è pari, se non a volte anche superiore a quello dei gelati.

RL: La ricerca della materia prima di qualità è uno dei tuoi punti di forza. Il pubblico è sempre in grado di capire le scelte che proponi, oppure a volte ti è capitato di scoprire che una scelta qualitativa non veniva poi percepita tale dal consumatore?

GFC: La ricerca dell’eccellenza nella materia prima che utilizzo per fare i gelati è alla base del mio modo di lavorare. Il concetto di fondo è che solo utilizzando ottime materie prime posso riuscire a fare un ottimo gelato, posso anche rovinarle se non sono capace, ma utilizzando materie prime mediocri difficilmente riuscirò ad avere un prodotto di alta qualità. All’interno di questa filosofia di produzione si inserisce anche la collaborazione con chi produce ingredienti di eccellenza nel mio territorio e con tutta una rete di piccoli produttori sparsi non solo per l’Italia, con la quale quotidianamente ci rapportiamo. Altro aspetto di estrema importanza consiste nel comunicare alla clientela il lavoro di selezione che c’è alla base delle tue scelte, raccontando il tuo prodotto, spiegando le differenze tra due diverse varietà dello stesso tipo di frutta o tra varietà identiche ma coltivate in posti diversi, facendo conoscere lo sforzo che molte volte c’è dietro il lavoro dei piccoli produttori. E’ anche un modo per fare cultura, per recuperare un rapporto con gli artigiani del cibo che si sta perdendo.

L’evoluzione del concetto di gelateria nel tempo

L’evoluzione del concetto di gelateria nel tempo

Nel 2013 portai a termine uno studio sullo start-up e sul marketing innovativo in gelateria. Il risultato fu raccolto in un libro “Gelato Business:Start-up e marketing innovativo in gelateria“. Questo è un piccolo estratto del primo capitolo.

Prendendo spunto da recenti studi effettuati sulle piccole imprese[1] possiamo dividere l’odierno mercato delle gelaterie secondo quattro assetti organizzativi: elementare, collaborativo, innovativo e diffuso.

Assetto elementare

L’assetto organizzativo di tipo elementare, si caratterizza per un ridotto investimento in strutture e meccanismi operativi di funzionamento. L’artigiano ha un ruolo centrale ed è l’unico punto di riferimento per gli interlocutori dentro e fuori l’azienda. La delega non è considerata, il titolare decide e comanda; la gestione dei collaboratori si fonda sul rapporto diretto e sulla conoscenza personale, senza ricorrere a metodologie analitiche e oggettive. Nelle scelte aziendali hanno più peso gli aspetti emotivi e sociali che regolano il legame tra il titolare e i suoi collaboratori, che spesso sono i familiari, piuttosto che la razionalità economica. Questa è la fotografia della gelateria tradizionale di “ieri” ed esprime la vera essenza dell’artigiano nel suo approccio diretto alla conduzione e alla produzione. L’offerta è limitata nel numero di gusti, i prodotti e tutte le lavorazioni vengono effettuate all’interno del laboratorio, l’uso dei “semilavorati” è limitato a ciò che necessariamente non può essere prodotto da sé.

Senza il “capo” la produzione si ferma, per lui non è contemplato lasciare il laboratorio nelle mani di dipendenti e a volte, l’accesso alle segretissime ricette, è tabù persino per i familiari ed i collaboratori più stretti.

 

Assetto collaborativo

L’Italia, dall’alto delle sue ventimila gelaterie, è l’unico paese al mondo dove da diversi anni il mercato dell’ice cream non riesce a superare la copertura del 50% del consumo nazionale di “gelato” (che attualmente è attestato sui 10 – 11 kg pro-capite annui).

Questo si traduce in una situazione di forte concorrenza interna – ovvero tra i colleghi gelatieri – e dove c’è forte concorrenza c’è anche maggiore attenzione alla qualità del prodotto e del servizio. Ecco perché noi italiani quando ci rechiamo all’estero e degustiamo un gelato, spesso lamentiamo la differenza qualitativa rispetto a ciò che siamo abituati ad avere nel nostro paese…

Questa situazione ha spinto molti artigiani a riflettere sul proprio ruolo imprenditoriale adottando un assetto collaborativo. Benché la struttura organizzativa spesso rimanga di tipo elementare, la continua tensione derivante dalla turbolenza del mercato ha spinto l’artigiano-imprenditore a individuare opportunità di collaborazione a monte o a valle del processo produttivo. Si è cercato di individuare i fornitori di prodotti semilavorati che potessero aiutare ad ampliare la gamma offerta per poter competere in modo più efficace con la concorrenza esterna (l’industria) ed interna (i colleghi). Al contempo però ci si è resi conto della necessità di saper coagulare gli interessi dei colleghi attorno ad un progetto comune secondo lo slogan “cooperare per competere” in modo da differenziare il proprio prodotto da quello dell’industria.

Queste esigenze hanno portato alla nascita delle associazioni di categoria in difesa del gelato artigianale e della professione di gelatiere che però negli anni hanno mostrato i limiti derivanti dall’atavica tradizione di autonomia, individualismo e di personalismo tipica dei loro promotori.

Assetto innovativo

Chi ha scelto di dotarsi di un assetto innovativo ha compreso innanzi tutto la necessità di separare la funzione di imprenditorialità da quella manageriale. Mentre con la prima si intendono le attività di definizione strategica che risultano dalla combinazione di prodotto, mercato e tecnologia, la funzione manageriale comprende le modalità per tradurre in pratica la direzione tracciata dall’imprenditore. In questo caso l’imprenditore, a seconda della dimensione dell’azienda, può anche non essere coinvolto in prima persona nel processo produttivo.

Nelle attività che vengono create con un assetto innovativo l’imprenditore “illuminato”, o più spesso i soci, dedicano molta attenzione alla preparazione della fase progettuale attraverso la ricerca di informazioni, occupandosi di geomarketing e preparando un piano economico dettagliato, comprensivo delle analisi del mercato di riferimento, della concorrenza e dei punti di forza e le opportunità derivate dalla realizzazione del progetto imprenditoriale.

La struttura organizzativa di solito è articolata sia in senso orizzontale (presenza di soci) sia in senso verticale, con la necessità di applicare la delega in merito a decisioni tattiche in modo effettivo. All’imprenditore spetta il compito di controllare i risultati raggiunti e di coordinare l’azione dei vari responsabili, seguendo le più efficaci regole del marketing. La comunicazione interna acquista un’importanza determinante e va organizzata in modo formale con riunioni periodiche e la gestione del personale richiede l’impiego di tecniche analitiche con procedure di selezione, formazione, valutazione e retribuzione chiare e funzionali. La gelateria diventa quindi un’impresa efficiente, attenta ai cambiamenti del mercato e organizzata verso il raggiungimento di obiettivi chiari e misurabili.

 

Assetto diffuso

Quando l’imprenditore decide di investire nelle competenze professionali di altri si ha un assetto diffuso. Qui il maggior valore è dato dalle “persone”. Si tratta di un assetto relativamente nuovo nel settore della gelateria italiana.

Di solito l’imprenditore è un ex artigiano che ha deciso di fare il salto di qualità e che si impegna a creare un sistema di produzione e di vendita decentrato, oppure è un semplice imprenditore che decide di affidarsi a tecnici del settore investendo risorse e capacità manageriali nella creazione di un network o di un franchising.

In Italia la gelateria in franchising non ha avuto molto seguito in passato, forse anche a causa del forte legame con la tradizione che poneva il concetto stesso di gelateria nell’immaginario del cliente medio in una posizione distante dall’industrializzazione dei processi produttivi.

Oggi i tempi sono cambiati, il marketing e la comunicazione riescono ad essere più convincenti di quanto non lo siano gli stessi artigiani nel loro punto vendita. La qualità media dei prodotti, anche quelli semi industriali, è cresciuta molto, perciò il gap tra prodotto artigiano “puro” e artigiano “dichiarato” è sempre più ristretto. Complice il fatto che ad oggi non esiste una vera e propria definizione condivisa di cosa sia il gelato artigianale di tradizione italiana ed il cliente finale spesso non è in grado di coglierne le differenze.

In questa fascia di mercato si stanno inserendo aziende industriali presenti da tempo nel mondo dell’ice cream, ma anche nuovi imprenditori che decidono di affidarsi ad esperti di settore e consulenti, in grado di gestire le fasi produttive di tipo artigianale e di garantire un elevato standard qualitativo dei prodotti con la semplificazione o la standardizzazione dei processi.

Le gelaterie che nascono da questi presupposti sono delle vere e proprie aziende a struttura tendenzialmente piatta in cui ognuno ha compiti specifici e coordinati e le relazioni di tipo orizzontale prevalgono su quelle di tipo verticale. Spesso l’attività viene gestita per progetti: chi si occupa di produzione non deve necessariamente possedere una formazione approfondita sulla materia poiché ha alle spalle dei professionisti che stabiliscono lo standard qualitativo e produttivo proprio in funzione di una tutela delle ricette e del controllo dei costi.

L’enfasi maggiore è attribuita alla gestione del personale e la presenza di professionalità specifiche pone una particolare attenzione alla continua loro valorizzazione e motivazione per poterli trattenere in azienda il più a lungo possibile.

L’imprenditore in questo caso fa “solo” l’imprenditore, ossia si preoccupa di coordinare la sua rosa di specialisti attraverso la delega dei compiti tecnici di cui può evitare di occuparsi direttamente, osserva il mercato, cerca le location migliori ed amministra l’azienda.

Tutti e quattro questi modelli convivono sul mercato nazionale. Va detto però che l’assetto innovativo e quello diffuso sono quelli che attualmente riescono a dare migliori risultati dal punto di vista economico, sia in Italia ma soprattutto all’estero, dove la mentalità manageriale è più diffusa e consolidata.

[1] Organizzare le piccole imprese, M. Puricelli (Egea 2007).

Sun Tzu e la strategia del gelatiere artigiano

Sun Tzu e la strategia del gelatiere artigiano

“Mai ti si concede un desiderio senza che inoltre ti sia concesso il potere di farlo avverare.

Può darsi che tu debba faticare per questo, tuttavia.”

Richard Bach

Nella seconda metà del secolo scorso, negli Stati Uniti alcuni esperti di marketing, che studiavano nuove metodologie atte a far guadagnare alle proprie aziende nuove fette di mercato, si accorsero dell’esistenza di un piccolo compendio redatto nel 500 a.C. che dispensava consigli di un’attualità disarmante.

Si trattava della raccolta “L’Arte della guerra” scritto dal cinese Sun Tzu. I contenuti di questo piccolo volumetto furono estrapolati dall’ambito militare, in cui erano nati, per essere applicati alla situazione di competitività commerciale del mercato americano e internazionale.

Il contesto storico di Sun Tzu consisteva in una situazione estremamente competitiva tra i sette regni in cui era diviso il territorio cinese. Ciascuno dei regni aveva la necessità di conquistare più territorio possibile per poter beneficiare delle ricchezze derivanti dalla riscossione delle tasse, ma nel farlo doveva porre molta attenzione a non indebolirsi troppo militarmente per non essere poi attaccato da altri, e perdere quindi su un altro fronte più di quanto faticosamente conquistato.

Sun Tzu era un condottiero di successo e le sue regole gli avevano fatto ottenere buoni risultati sotto il profilo militare. Il concetto portante di questo libro, dal quale può derivare o meno il successo di un impresa (non solo militare), è la capacità di definire una strategia efficace.

Il significato etimologico della parola strategia deriva dal greco stratos agos: “colui che ha il potere di agire sul conflitto”, quindi la strategia può essere intesa come la scienza o l’arte dei generali. Si tratta quindi di quella capacità di possedere una visione d’insieme che permette di prendere le decisioni più corrette per il raggiungimento di determinati obiettivi.

Come possiamo ben intuire questo concetto può essere applicato con efficacia da parte di chi è alla guida di un soggetto di qualsiasi dimensione, che sia un esercito militare o una piccola bottega artigianale.

Uno dei principali problemi di un imprenditore odierno è effettivamente quello di formulare una strategia d’impresa che gli permetta di vincere sugli avversari/competitori senza indebolirsi economicamente.

Se consideriamo per un istante la vita di ognuno di noi ci possiamo facilmente accorgere che siamo costantemente impegnati a mettere in opera strategie e tattiche per raggiungere certi obiettivi. Basti pensare al corteggiamento di un partner, o all’ottenimento di uno sconto presso un fornitore: il fatto è che spesso il nostro operare è disorganico, inconsapevole e disorganizzato… Gran parte dei fallimenti dipende proprio dalla mancanza di una strategia.

Se trasferiamo questo principio in ambito imprenditoriale, un’organizzazione efficace ed efficiente non può che nascere da una corretta capacità strategica di chi la dirige.

Nel linguaggio comune spesso non si fa differenza tra strategia e tattica e i due termini vengono utilizzati per lo più come se fossero sinonimi. In realtà c’è una grande differenza concettuale tra questi due termini.

Mentre la strategia pone gli obiettivi (detti strategici), la tattica è il percorso da seguire per raggiungerli.

Quindi è la strategia che determina il percorso tattico e non può essere il contrario.

Quando una organizzazione aziendale è in crisi, spesso le motivazioni sono riconducibili alla formulazione errata di una strategia o addirittura alla sua mancanza.

La maggior parte degli artigiani pur avendo una perfetta conoscenza delle loro attività o dell’arte di fare il gelato, non hanno chiaro il fine delle loro azioni. In pratica non si comportano da bravi imprenditori.

Secondo gli insegnamenti di Sun Tzu, per formulare una strategia è indispensabile avere un gran numero di informazioni. Tanto è vero che nel suo trattato suggeriva di organizzare una fitta rete di spie per conoscere più a fondo possibile il territorio di conquista e i suoi nemici.

Naturalmente nel caso di un imprenditore le informazioni da reperire non sono i segreti professionali dei concorrenti, quanto tutta una serie di informazioni “legalmente reperibili” sul mercato, che ci aiutano ad avere una idea chiara dei passi che si dovranno compiere per avere successo.

Le informazioni non servono soltanto a delineare gli obiettivi strategici, esse sono anche funzionali per l’adozione delle singole tattiche. Un costante flusso di informazioni ci è utile poi per capire se gli obiettivi strategici sono stati raggiunti e se le scelte tattiche si sono rivelate efficaci o risulta necessario effettuare dei cambiamenti.

Le informazioni ci sono quindi utili anche per monitorare l’andamento della nostra attività nel tempo.

(Questo brano è stato estratto dal libro “Gelato Business: Start-up e marketing innovativo in gelateria” di R. Lobrano – 2013)

Il Duca Bianco impera nelle gelaterie con i gusti a lui dedicati

Il Duca Bianco impera nelle gelaterie con i gusti a lui dedicati

David Bowie è stato, senza ombra di dubbio, uno degli artisti più eclettici e rappresentativi del rock anni ’70 e ’80.

Con la sua musica è entrato nelle case, e nella vita, di miliardi di persone, e la sua fiamma vive ancora nel cuore dei suoi fan. Il suo ricordo è vivo a tal punto che il mastro gelataio Roberto Lobrano, suo supporter da sempre, ha deciso di dedicare al Duca Bianco quattro gusti di gelato.

Roberto Lobrano non è solo uno dei maggiori esperti italiani nella celebre arte del dolce artigianale di origine siciliana, ma è anche il frontman di una cover band dedicata proprio a David Bowie. Ripercorrendo le fatiche della sua ultima opera letteraria, “Il mondo del gelato“, edita da Slow Food Editore, ed ispirandosi al personaggio artistico che fu Bowie (eccentrico, poliedrico, innovatore e trascinatore), il mastro gelataio è riuscito a ricreare la vena artistica del Duca Bianco sotto forma di crema di latte aromatizzata.

Alien From Mars è il gusto di gelato ispirata alla più celebre canzone del Duca Bianco: “Life on Mars?“. Semplice, accattivante, ma trasgressivo. Questo gelato ricalca il periodo artistico d’oro di Bowie, in cui il candore dell’artista illuminava come un faro la scena musicale mondiale e il suo stile unico, inconfondibile, nel frattempo scandalizzava i tradizionalisti del rock. La base di latte, con pistacchi di Bronte e semi di canapa ricalcano proprio questo binomio unico tra purezza e vita vissuta oltre il confine.

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